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domenica 22 gennaio 2017

LA FANTASIA DI STUPRO E LA GOLIARDIA - considerazioni psico-Social

Navigando per il web si può notare come in questi giorni stiano emergendo scenari inquietanti che mostrano gruppi di uomini impegnati allegramente in discussioni "diversamente elevate". 
Tali spazi virtuali si fondano sulla dichiarazione corale del desiderio di "scopare", "prendere", "fare cose", "infilare", "punire", insomma agire attraverso penetrazioni varie e variegate sul corpo delle donne.

Le donne oggetto di questo desiderio condiviso sono fidanzate, amiche, perfette sconosciute che vengono vivisezionate a partire da una fotografia, spesso scaricata direttamente dal profilo Facebook o Twitter della malcapitata e utilizzata a mo' di bersaglio per questo bizzarro gioco da arena. 

Chi vince?



Nessuno ma tutti partecipano, come si evince dalle parole del blogger Il Maschio Beta, rimbalzate di blog in blog fino ad approdare a ben altre tipologie di gruppo su Facebook, al fine di stimolare la presa di coscienza e il confronto sull'argomento.

In alcuni di questi gruppi nei quali le "battute fra amici" sfiorano le corde più oscure dell'essere umano per diventare barzelletta, sono presenti anche alcune donne. Parola di Raffaele Sollecito: leggi qui

Sulla fantasia di stupro nelle donne, invece, consiglio questo articolo con i relativi link: leggi qui.



Pompei, Casa degli Epigrammi



TU E I TUOI COMPARI


Il gruppo rende forti, il gruppo ti fa sentire protetto e di certo un gruppo nel quale la tua identità resti bidimensionale, fatta di scrittura zoppicante tra un post all'altro e di fotografie, creata utilizzando il tuo vero nome oppure un nickname, ti offre la possibilità di togliere le briglie a qualsiasi mostro ti si agiti dentro.
Sta alla coscienza di te stesso e degli obiettivi del tuo utilizzo dei Social Network il riconoscimento del limite da porre, naturalmente.
In assenza di un contenitore (psicologico e relazionale) sufficientemente attento agli aspetti etici, dove l'empatia possa essere diretta alla vittima-bersaglio, le dita digitano QUALUNQUE PAROLA PRONUNCIATA DAL TUO INCONSCIO

Se la vittima-bersaglio non è nemmeno percepita come tale, viene reificata senza minimamente considerare gli aspetti etici della questione, ed è facilmente trasformata in pungiball, calderone nel quale gettare le proprie emozioni, wc, contenitore per vomitare, ricettacolo di sperma virtuale. 
Se la simpatia, che non è l'empatia, va invece ai compagni di merende-carnefici, lo scenario di partenza non apre prospettive differenti da un videogame, da una storia che prende vita sì, ma in una realtà "altra" e si discosta dalla ricchezza immaginale per quanto oscura e violenta essa possa essere, perché il racconto di una storia di stupro viene messo là fuori, condiviso con altri, e sottolineato, e rafforzato nel torneo a più voci, teso a dimostrare chi la spara più grossa. 
Tutto ciò non è propriamente una novità.
Un tempo le masturbazioni, individuali e di gruppo venivano agite osservando i giornaletti pornografici o, semplicemente, le riviste femminile di mamma. Oggi, è tutta un'altra faccenda, grazie ai Social, ma occorre, a mio avviso, una rieducazione alla fruizione delle immagini.

Sì, perché la "fantasia di stupro" ci riguarda tutti, uomini e donne, ma il metterla a disposizione del caos, proiettandola all'esterno senza prendersene cura a livello psichico non ha nulla a che fare con la presa di coscienza del messaggio simbolico che essa contiene. 

Nel primo caso, si segue l'Ombra dell'essere umano senza consapevolezza. Ci si confonde con le ombre che si agitano nel collettivo.

Riporto qui sotto un paio di brani tratti dall'articolo che ho scritto circa un anno fa dopo i fatti di Colonia. L'articolo completo si trova qui: * 

L'ho scritto sulla rivista www.psychiatryonline.it per la quale ho curato una rubrica di orientamento junghiano, e oggi il tema del Fallo simbolico è quanto mai attuale.



DELLE DUE OMBRE DEL FALLO

Tra gli analisti junghiani dei quali ho apprezzato maggiormente gli scritti annovero Eugene Monick ed Erich Neumann.

Relativamente al principio maschile - quello che abita nella psiche di noi esseri umani, e che si tratti di uomini o di donne esso ci riguarda tutti, il pensiero di Monick si discosta dalla posizione di Erich Neumann.

Quest’ultimo assegna a Dioniso, a Pan, a Ermes, agli dei boschivi, che sono spiriti terrestri, ma anche tenebrosi e lunari - il ruolo di meri satelliti della Grande Dea. Lei, dispensatrice di vita e di morte, non avrebbe necessità che di fuchi, di adepti, di creature a lei e solo a lei votate. Se i figli-giullari della Madre sono succubi, persi nella difficoltà immensa del cercare se stessi, l’Ombra del maschile è relegata nel buio perenne. Un buio pieno di violenza e di odio.

Alla luce del giorno risplende l’eroe fallico, l’Apollo della situazione, mentre nella notte trama l’incattivito demone separato dal primo.
Il simbolo solare e la sua Ombra di nerezza sono in realtà due aspetti dello stesso elemento della psiche maschile, integrabili – forse sì, forse no – a seconda della disposizione di ogni individuo alla consapevolezza.
Eugene Monick, analista junghiano della Pennsylvania (morto nel 2007), scrittore di “Phallos - il maschile nel mito, nella storia, nella coscienza d'oggi" edito da Red, Como - molti altri lavori sul tema, amplifica la teoria del primo e considera la teoria del doppio Fallo (l'ipotesi Sole e Ombra del Sole) come una deformazione del pensiero patriarcale e dualista.
A Monick non basta guardare il SOLE e la sua OMBRA.
In questo senso, sotto il sole il femminile finisce per essere costretto nella stessa doppiezza del maschile, senza troppi spazi per far fruttare le molteplici reciproche ombreggiature.
Il Fallo simbolico ctonio, il Sulphur Niger degli alchimisti, l’elemento maschile basso e violento, lo stupratore infero, deve essere dunque osservato e compreso nella psiche maschile "alla stessa stregua del Fallo solare, cioè contenente elementi di bene e di male."
Quindi, per abbozzare uno schema del PRINCIPIO MASCHILE a partire dall'eredità di Eugene Monick:

FALLO SOLARE 
ha elementi utili, buoni, caldi, sa fecondare
+
ha elementi eccessivi, troppo rigidi e dogmatici
(Ombra del Fallo solare)
FALLO INFERO
ha elementi generativi e fecondi
+
ha elementi distruttivi e violenti, stupranti
(Ombra del Fallo infero)

E ancora, un secondo branetto.

L'Ombra del Fallo solare è lo stilista che definisce come la donna si debba vestire. E' colui che vuole il corpo di lei velato, infibulato, con il perizoma, con il tacco, di sola pelle. Lui dichiara cosa e come lei debba essere e comportarsi per sedurlo da qui all’eternità.
È lui a dettare le regole della bellezza e lo spazio di libertà della "Puella", ovvero della fanciulla troppo poco autonoma per definire da sola le proprie leggi.
Dopo i fatti di Colonia, ad esempio, molte persone qui in Italia si sono sentite urtate dalle frasi di alcuni uomini della televisione e della Chiesa, i quali hanno usato espressioni come “le nostre donne” e “in Occidente le donne sono sacre”.
Probabilmente, dentro le parole utilizzate per cercare – chissà – di esprimere lo smarrimento di chi le ha pronunciate, queste persone hanno visto proprio questo tipo di Ombra perbenista e paternalistica.

La soluzione sta nella coscienza delle mille facce che siamo.
La possibilità sta nella dinamica tra le parti.
La possibilità sta nel saper(si) immaginare, piuttosto che nell'agire.

Certamente, scrivere di stupro virtuale è già da considerare in parte un agire, anche se si tratta di un agire digitando coralmente, scrivendo in modo "goliardico" con l'intento o meno di stimolare la masturbazione.
La natura bestiale ci riguarda tutti, uomini e donne. La corruzione operata dagli aspetti oscuri, la seduzione delle sirene mortifere, ci coglie tutti e prepararsi non significa fuggire, ma guardare per comprendere, senza negare e uccidere le immagini che ci spaventano o che ci attraggono in modo viscerale, o che tendiamo a banalizzare un po' troppo, proprio per difenderci dalla portata emotiva delle stesse. 

Solo in questo modo potremo scoprire anche le ricchezze del mondo sommerso, un mondo in cui la sirena sguazza con grande abilità.



Renato Guttuso




EDUCARCI ALLA RELAZIONE - OLTRE LA SCISSIONE

La scissione de è stata operata con precisione da bisturi. Una separazione netta nella psiche degli uomini e anche delle donne. Vergine e puttana, sirena malefica e fata benefica, eccetera. Operazione chirurgica e divisione matematica che, in un certo senso, è stata anche salvifica.
Catalogare la femmina come solo madre buona o moglie sottomessa, infibularla per farla propria, sedurla e regalarle un appartamento, un gioiello, una pelliccia; relegarla in artifici da boudoir, capitolare tra le sue braccia di sirena ed odiarla a morte come nemica, ammirarla e desiderarla Lolita, proteggerla da vergine e disprezzarla, se particolarmente libera di fare come più le aggrada, chiamandola "troia" è servito per lo meno a poterla raccontare in letteratura, a produrre una nutrita filmografia di ruoli femminili stereotipati e spesso stantii.
E' stato utile al maschio, che abbiamo visto diviso in aspetti separati tra luci e ombre - per imparare l'abc del femminile. Utile per poter studiare la biologia del rapporto e capire, scoprire, che, ohibò!, non è mai stato l'astro lunare il responsabile ultimo del concepimento - spiegazione che sembrava analogia scontata col ventre pieno di lei - ma il seme maschile, proprio il tuo, proprio il suo. Dal darsi un ruolo nella propagazione della vita al dominare la situazione il passo fu breve e questo modello leggermente antiquato permane tuttora. 

Che fare?

E' giunto il tempo di parlare con le immagini dell'inconscio collettivo che si rivolgono a noi senza parole per scoprire i tesori nelle ombre.
E' da dire che, per scoprir tesori, occorre uscire un attimo dal contesto iper-stimolante del "Circolo delle seghe" su Facebook, per guardare il mondo oltre la nebbia dell'autocompiacimento.

Un lavoro difficile, un percorso che va supportato e sostenuto quando sono gli uomini stessi a proporlo. Ad esempio il suddetto blogger "Il Maschio Beta" quando scrive:


Mi chiedo se questi ragazzi e uomini che si aggirano tranquillamente tra di noi, che sono noi, dimostrano la stessa violenza nei confronti di oggetti inanimati; mi chiedo se nella situazione contraria, se cioè a comportarsi così fossero delle donne, non ci sarebbe una sollevazione di massa contro l’oggettificazione di cui sarebbero vittime a quel punto innocenti ragazzi; e mi chiedo con che faccia questi hanno il coraggio di guardare una donna e vederla solo come un corpo ad uso esclusivo del proprio desiderio. Soprattutto, mi chiedo se questa violenza rimane confinata (per modo di dire) ai gruppi chiusi di Facebook, perché è troppo facile sminuire questa aggressività come “chiacchiere da ragazzi”. Il problema è che noi maschi veniamo socializzati a percepire il sesso come un diritto, come qualcosa di dovuto. Molti di noi maschi trovano offensivo per il proprio orgoglio che una donna da cui siamo attratti eserciti la sua libertà sessuale con più di un maschio se nessuno di loro è quel maschio, perciò quando vedono una bella ragazza, anche in fotografia, e per qualunque ragione sanno che non ci starebbe (anche banalmente perché non li conosce), molti si sentono autorizzati ad insultarla: “è bella; senz’altro fa sesso; ma non lo fa con me. E perché non onora il MIO membro? Svergognata, puttana!”. *

Diciamo che, esplorando esplorando, possiamo almeno dire che una certa par condicio nella questione vittime-bersaglio è in effetti presente, come si evince dal gruppo Facebook intitolato "Seghe e sborrate su foto di muscolosi": *
Ma, di fatto, ci vuole un possessore di pene per perdere la ragione e per, eventualmente, ritrovarla e cominciare a riflettere. Ai maschietti, dunque, l'ardua sentenza.

Un consiglio bibliografico: "Il rito dello stupro - il sacrificio delle donne nellolenza sessuale" di B. A. Te Paske, ormai introvabile in Red Edizioni ma recuperabile on line."

lunedì 16 gennaio 2017

ACQUA DUREVOLE - il senso degli anziani per la vita

Aqua permanens è per gli alchimisti l'elemento durevole, la Pietra Filosofale.

Quando un gruppo di donne "over ottanta" comincia a parlare di acqua, descrivendo la stessa come "meravigliosa", "elemento nel quale da giovane nuotavo infinitamente, non volevo mai uscire dall'acqua", "una cosa che dà vita, senza sei morto, me l'hanno detto anche i dottori che, se voglio vivere, devo bere", "se penso al mare, io mi sento meglio", "non possiamo fare senza, ma un tempo c'erano i pozzi o le fonti, mentre oggi siamo tutte qui con la nostra bottiglietta", io - che sto conducendo il suddetto gruppo di narrazioni e tecniche espressive in qualità di psicologa e psicoterapeuta, comprendo che siamo arrivate - dopo dodici incontri - al nocciolo della questione.  
Se poi, dal tema liquido, si passa a nominare come se niente fosse il vapore acqueo e, infine, si torna alla "terra", non posso che ricordare alle simpatiche signore il quarto elemento, quello che cuoce il cibo del nostro quotidiano. "Ma certo!", dice R., "è il fuoco!".

Capisco che si sta parlando di un simbolo, perché l'emozione permea le partecipanti, mentre poche frasi significative intervallano pause dense e occhi vivificati. 

Qualcuna dice: "Non abbiamo paura della Morte, perché la stiamo aspettando noi tutte.". - "La Morte", dice un'altra signora, "è naturale.".  

Naturale è la Morte così come la Vita, quella che nell'acqua "durevole", l'acqua che scorre nel sangue delle cose, ci permette di scivolare con leggerezza anche sopra gli scogli.

"The divine water, aqua permanens, is that which we might call the liquid version of self. It is the primal water which contains all four elements. Man's inner life is the "secret place" where the aqua permanens et coagulens, the panacea, the spark of the light of nature, are to be found. The alchemists put their art on the level of divine revelation and regarded it as an essential component of redemption." ~Jung

"L'acqua divina, aqua permanens, è ciò che chiamiamo la versione liquida del Sé. 
L'acqua dell'origine che contiene i quattro elementi. La vita interiore dell'Uomo è il "luogo segreto" dove l'aqua permanens e coagulens, la panacea, il barlume della luce di natura, sono ritrovati. Gli alchimisti mettono la loro arte al livello della divina rivelazione e la considerano come componente essenziale della redenzione." °Jung 

Una riflessione brevissima a partire da un laboratorio di #narrazioni e #arte con un gruppo di anziani residenti in una struttura torinese.
Dodici incontri con otto-dieci partecipanti che di volta in volta hanno raccontato episodi di vita vissuta, emozioni esperite, sogni d'infanzia e desideri realizzati, oppure no, nel corso della propria vita. Una vita lunga ottant'anni, come minimo. Tra i membri del gruppo c'è anche M., di novantasei anni.

M. ride, sorride e continua a chiacchierare ricordando episodi vissuti, uno dopo l'altro, come se fossero ciliegie rosse e profumate, quelle che, come si suol dire, "una tira l'altra".
Le sue compagne di laboratorio - poiché l'unico elemento maschile del gruppo è deceduto qualche settimana fa - sono concordi nel ricordare l'importanza del simbolo acquatico e del trovare un giusto livello. Tra le immagini scelte per comporre il cartellone collettivo, un arcano maggiore: La Stella (XVII), dolce signorina senza veli che versa l'acqua nelle acque del fiume, ininterrottamente, serena come il cielo notturno.

Nel corso dei dodici incontri si è parlato di tanti argomenti, a partire dalla città di origine, per tracciare il viaggio esistenziale attraverso gli affetti familiari e gli amori.
L'argomento più gettonato è stato, all'inizio dei lavori, la guerra; quasi tutti gli anziani hanno parlato dei bombardamenti. Le bombe sono impresse nell'animo, una memoria indelebile relativa al percorso di sopravvivenza, l'incubo che ha segnato l'avventurosa sopravvivenza delle donne che io chiamo, affettuosamente, "ragazze". 
Alla domanda: "Qual è stata la più grande impresa della vostra vita?" - non ottengo altra risposta che questa: "Siamo sopravvissute alla guerra.".

Se il sopravvivere alla Seconda Guerra Mondiale è stata l'impresa condotta a buon fine, di certo l'arrivo alla "Residenza X" è non tanto la meta finale - poiché l'incontro futuro con la Morte viene in modo del tutto spontaneo descritto come tale - ma la tappa che fa della vita un nuovo momento SOCIALE. 
Non si sta da sole qui, e si può condividere un pensiero comune, una riflessione fluida, scorrevole, vitale.

VBM
Fotografia mia/Laboratorio con anziani


martedì 29 novembre 2016

IL LIMITE DI PROMETEO - riflessioni per un'etica della responsabilità a partire dalla Rivista "Psiche Arte e Società"

Jan Cossiers, Prometeo porta il fuoco, 1637

Parlare di responsabilità oggi può subito apparire come una vera noia. Limite a che cosa? Frenare la ricerca, il desiderio, il diritto a qualche cosa? Concetti ben poco alla moda, poiché oggi in effetti va forte il tema SUPERAMENTO DEI LIMITI, declinabile in diversi motti, come fosse un nuovo verbo divino che prende vita in uno spot pubblicitario. 

Sto leggendo "Appunti per una Etica del Limite" di Simonetta Putti, in "Psiche Arte e Società - Rivista semestrale del Centro Studi Psiche Arte e Società - Numero 5 - Anno III - Ottobre 2016", edito da Lithos, Roma. Nel contempo, rifletto.

Se per un individuo in età fanciullesca, o per la società occidentale tutta - definita perfettamente da Robert Bly - scrittore di ispirazione junghiana - come "società degli eterni adolescenti" - questo ideale può essere vitale, perché spinge alla trasgressione del divieto genitoriale, necessario per crescere e per differenziarsi, qualora esso diventi modello per una cronicizzazione dell'agire sempre e comunque a lungo termine nel senso del potere, della determinazione all'andare oltre, incontra per forza di cose il proprio opposto. 

Ed è enantiodromia.

Che cos’è l’enantiodromia? 
Jung prende in prestito il termine dalla filosofia di Eraclito e traccia per noi quel fenomeno secondo il quale, divenuta predominante e unilaterale una certa posizione psicologica nella coscienza di un individuo o nel collettivo, nell'inconscio inevitabilmente prende forma e assume forza la posizione diametralmente opposta. Enantiodromia si compone di “enantios” (opposto) e “dromos” (corsa) - andando a illuminare la direzione in una corsa nell’opposto. Gira la ruota e cambia la direzione. Si tratta di una compresenza contrapposta (tra conscio e inconscio) di direttive inconciliabili, non integrabili: questo movimento diviene man mano inibizione della coscienza e può procedere fino al passaggio completo nell’opposto (sul tema degli opposti: Umberto Galimberti, Enciclopedia di Psicologia, Garzanti, Torino 2002).

"La tecnica è di gran lunga più debole della necessità"
(Eschilo)


E allora ogni cosa rischia di fermarsi per cristallizzarsi nell'adorazione della divinità dell'orgoglio. Hybris eroica, prometeica vivacità e presunzione che termina la sua corsa incatenata alla roccia, costretta a farsi divorare il fegato da un rapace.

L'aveva ben capito quel geniaccio diciannovenne di Mary Shelley, intitolando il proprio capolavoro "Frankenstein, o il novello Prometeo". Se il testo nasce, in parte, dalla moderna paura delle possibilità tecnologiche, da una visione offuscata dal timore, possiamo dire oggi con cognizione di causa che una serie nutrita di dottor Victor hanno realizzato la profezia. Passano spesso inosservati, poiché esercito ben assortito nel contesto della contemporaneità, in accordo - egosintonici - con la coscienza collettiva.

Si può fare?
E allora, scusate, perché non dovremmo fare?  
Non lo diceva forse anche Sant'Agostino? 
"Supera te stesso, e supererai il mondo."


Si può trovare una mediazione prima che l'unilateralità ci porti alla trasformazione obbligata nell'opposto (l'enantiodromia di cui sopra)? Nel mondo contemporaneo vanno forti le pellicole e i libri che parlano della inevitabile sconfitta di questa umana voracità pronta ad inghiottire ogni confine per farne possibilità eterne. Da Ridley Scott a Gareth Edwards, i registi di film di fantascienza non ce la mandano a dire,  Esprimono chiaramente attraverso l'arte cinematografica ciò che i miti antichi hanno sempre dichiarato. Ogni volta che l'eroe del caso, determinatissimo a trovare di volta in volta la chiave per la vita eterna, la felicità permanente, la formula per superare la morte, la pozione per l'immortalità, il clone che continui a vivere dopo di lui, il risveglio dopo l'ibernazione, un lontano pianeta per ricominciare, beh, ecco...

il lieto fine viene a mancare.


"Un re aveva il suo regno, e poi è morto. Inevitabile."
(in "Prometheus")



Ma perché? Possiamo farci due domande, non credete? Continuare sulla strada della negazione di un senso nel passato dell'umanità, nella storia e nella saggezza non fa che portare l'ideale Puer in un'area sorda al Senex. Il nuovo e il vecchio, il progresso e la tradizione, il Sì e il No, il fare e il non fare debbono poter entrare in relazione e dialogare alla ricerca di un compromesso, pena - appunto - l'inevitabile e irreversibile perdita di coscienza, la distruzione della possibilità stessa.  

Si può fare? Un'ottima cosa, davvero. Possiamo pensare di farlo. Ne vale la pena? Sì? No? Possiamo anche, non dimentichiamolo, decidere di non agire, di non approfondire, di non ricercare - la possibilità è possibile ma non sempre auspicabile.

Teniamo presenti sempre entrambi i livelli, qui sotto elencati con un paio di esempi (chiedo scusa in anticipo per l'ironia):

Livello 1. "Pensi di avere un limite, così provi a toccare questo limite. Accade qualcosa. E immediatamente riesci a correre un po' più forte, grazie al potere della tua mente, alla tua determinazione, al tuo istinto e grazie all'esperienza. Puoi volare molto in alto." 
Ayrton Senna

Livello 2. "Attenzione, non salire più in alto di così, no, no, noooooo!"
(Dedalo a suo figlio) - ma anche "Prometeo, sei stato molto gentile verso gli uomini, ma ora siediti un momento e datti una calmata" (Atena, la dea). 


Chi ci può aiutare, o meglio che cosa? 
Possiamo chiamare sul palco la signorina Etica?

Simonetta Putti scrive:

"A differenza di chi afferma che di fronte alla tecnica l'etica celebra la propria impotenza (Galimberti U.  in Psiche e Techne. L'Uomo nell'età della Tecnica, Milano, Feltrinelli, 2000), credo, con Hans Jonas (Tecnica, medicina ed Etica, Einaudi, Torino, 1997), che

l'etica abbia qualcosa da dire nelle questioni della tecnica.

Poiché la tecnica è esercizio del potere umano, costituendo una forma dell'agire, e ogni agire umano è esposto ad un esame morale."

Simonetta Putti è analista junghiana e psicoterapeuta, socia dell'A.R.P.A., l'Associazione per la Ricerca in Psicologia Analitica) nonché della I.A.A.P., un'altra sigla che ai non addetti ai lavori potrà suonare come semplice assemblaggio di lettere ma che significa molto per chi come me si muove nell'area junghiana. Infatti, nel 2015 ho avuto il piacere di partecipare ad uno dei Congressi di questo gruppo - ovvero l'International Association for Analythical Psychology. A Roma si sono incontrati teorici e clinici provenienti da ogni parte del globo. C'erano psicoterapeuti israeliani e una palestinese, cinesi e canadesi, americani ed europei. Un calderone nel quale ho visto cuocere a fuoco lento l'argomento che ogni partecipante ha avuto modo di sviluppare precedentemente per poi mettere in comune dubbi e domande: la questione "attivismo analitico nel mondo contemporaneo". Non possiamo più stare chiusi in una stanza a operare con gli alambicchi per produrre il nostro oro. Dobbiamo aprirci inevitabilmente al vivere politico, senza perdere l'anima della nostra professione, senza svendere e senza svilire ciò che facciamo. Dobbiamo scrivere, Confrontarci per avviare, nella complessità, una rete che non tema il meticciato perché noi, psicoterapeuti e analisti, siamo comunque sereni nella nostra individualità e professionalità. L'equilibrio tra individuo e gruppo, tra identità e collettività è conditio sine qua non per la messa in gioco delle conoscenze. 

Con Simonetta Putti e Silvana Graziella Ceresa ci siamo permesse senza paura di mescere pensieri e concetti, conoscenze e competenze, scrivendo veramente, nel concreto senso del termine, un libro a sei mani. Non si può dire a tre mani perché scrivendo al computer si usano inevitabilmente tutte le dita, e ciò vale per mancini o destrorsi. Ci siamo alternate nel girare il mestolo dentro il Vas alchemico. Abbiamo scritto un testo a tre colori per poi trasformarlo in un unica veste da pubblicare a nome di tutte e tre. Posso definirla, simbolicamente, una piccola opera di maternità collettiva. Non a caso ci siamo occupate del tema "maternità surrogata" che di simbolico ha invece ben poco. 
Abbiamo deciso di proseguire nelle riflessioni ampliando il campo e avviando una discussione ricca di spunti con i colleghi Davide Favero e Stefano Candellieri - * - 

Poiché, come giustamente sottolinea Simonetta Putti citando Jonas - "i vomeri possono essere dannosi quanto le spade", noi "non dobbiamo considerare soltanto i rischi delle tecnologie aggressive ma anche di quelle volte a scopi pacifici", e di certo - per fare un altro esempio - abbiamo cominciato ad accorgerci di quanto possano far male al nostro corpo e alla mente tutta una serie di inquinanti chimici che sono stati tanto utili per rendere il mondo un luogo "paradisiaco", sopra il quale muoversi con velocità, pieno zeppo di carne allevata intensivamente e di frutta e di verdura cresciuta con prontezza. 

"Abele, il fratello buono - il pacifico reattore - continua a scaricare i suoi veleni per i secoli a venire." (Etica e Psicologia, pag. 24)

Dunque è arrivato il momento. Nemmeno la psicologia può tirarsi indietro. Non è una buona mossa per i professionisti del caso l'allearsi a posizioni "politicamente corrette" - come è accaduto per alcuni movimenti e gruppi professionali negli ultimi tempi, né l'aderire a modelli eccessivamente "Puer" e connessi con il progressismo. 

Invitiamo alla distanza e al confronto, allo scontro aperto ma rispettoso, perché solo nell'arte del tessere il filo può diventare disegno complesso. Quale futuro vogliamo? Cominciamo dunque a porci la domanda.

Theodoor Rombouts, Prometeo - 1597-1637

Che dire?
Metto su il caffè e continuo a leggere.
Buona giornata.

In questo numero della Rivista, oltre all'articolo di Simonetta Putti, si trovano i contributi di: Amedeo Caruso, Giorgio Mosconi, Roberto Cantatrione, Vincenzo Ampolo, Valentina Bonaccio, Miriam Bonamini e Arcangela Miceli, Luigi D'Elia, Vincenzo Leccese, Alessandra Ojetti, Amedeo Pingitore, Guido Traversa.

VBM 

mercoledì 9 novembre 2016

DIVENTARE ALBERI FA DELLA MORTE AMORE - un progetto da conoscere - #diventarealberi

L'anima è il soffio - ànemos - il respiro. L'anima è un elemento vitale sul quale i filosofi da sempre riflettono. Per Marsilio Ficino essa è 

«... il più grande di tutti i miracoli della natura. Tutte le altre cose, al di sotto di Dio, sono sempre un singolo, ma l’anima è tutte le cose assieme. Perciò essa può giustamente essere chiamata il centro della natura, il termine mediano di tutte le cose, il volto di tutto e copula dell’universo.»

Centro mediano di tutte le cose, concetto che può essere visto come presenza vitale individuale, collettiva o universale, l'anima attraversa i secoli dei secoli e viene osservata con meraviglia anche dalla moderna psicologia. Per lo psicologo analista svizzero Carl Gustav Jung, essa vive nella psiche di ogni creatura ma anche nel mondo. Il concetto neoplatonico di ANIMA MUNDI apre scenari di possibile connessione tra gli elementi del cosmo ma anche del mondo interno delle persone. Esplorando e studiando i testi religiosi, approfondendo gli scritti degli antichi alchimisti, recuperando una visione simbolica secondo la quale il simbolo è ciò che dona senso alla vita, Jung compie quel procedimento di "rivivificazione del drago" proprio della Grande Opera che mira a trasformare il piombo in oro. Là dove con "oro" si intende quel focalizzarsi sul e nel centro della personalità al fine di ritrovare il filo che congiunge ogni individuo al mondo. Unus Mundus come coscienza superiore dell'essere noi tutt'uno con la vita. Un livello di presenza animica e spirituale così potente che a quel punto la morte e la vita stessa non possono che unirsi nell'amore, in un procedere che va oltre l'attaccamento all'Io.

Una vit-amor-te - così come ho scritto in una mia poesia.



L'ASSOCIAZIONE TREES E IL PROGETTO "DIVENTARE ALBERI"

Perché l'albero?
I fondatori dell'Associazione di Promozione Sociale "Trees" scrivono che 

Trees in inglese vuol dire Alberi. Perché questo nome? L’albero è un’immagine ricca di molteplici significati: il rinnovamento e la rinascita legata al susseguirsi delle stagioni, un ponte che connette il regno terreno e quello celeste, la diramazione di una stirpe umana che si rispecchia nel modo in cui si protraggono i rami nel cielo e le radici nella terra, la meraviglia della creazione che si conosce contemplando la ghianda destinata a diventare una quercia possente e vigorosa...



Presso l'Associazione si organizzano corsi e incontri sul tema della vita e della morte. Workshop di pittura, colorazione di Mandala, seminari filosofici, conferenze. Il tutto, come si può facilmente intuire, con un occhio di riguardo per la prospettiva olistica. Un progetto speciale, che a me personalmente ha colpito molto, è quello relativo al parco degli alberi che accolgono le ceneri dei defunti. Diventare un albero dopo la morte... A me piacerebbe, anche se probabilmente non mi accorgerò delle belle fronde che avrò in testa al posto dei capelli. L'idea degli uccellini che si posano tra i rami, dei bambini che giocano ai miei piedi mi dà gioia adesso che sono ancora in vita. E a voi piace l'idea di unire le ceneri del vostro corpo al seme di una quercia, per esempio? Di un pioppo. Di un pino. Un abete... Scegliere l'albero che preferiamo e andare a riposarci per sempre tra le sue radici. Tutto ciò ha un che di mitologico, di atavico. Mi vengono i brividi solo a pensarci, ma non sono brividi di paura, bensì di connessione al senso. 


Con mio marito Luciano Borgna ho partecipato al contest fotografico #diventarealberi. 
Le fotografie vincitrici, tra le quali la nostra, andranno a comporre il calendario del progetto. Il mio volto è stato scelto per rappresentare il mese di Febbraio. 

Da lunedì 21 Novembre a giovedì 8 Dicembre, le immagini del concorso saranno esposte presso URBAN CENTER (SALABORSA) in Piazza del Nettuno 3 a Bologna.

Il calendario 2017 sostiene dunque la realizzazione del primo parco al mondo, progettato in permacultura, in cui unire le ceneri di cremazione delle persone e degli animali d'affezione con semi, piante e alberi.  




INAUGURAZIONE 

Lunedì 21 Novembre 2016 ore 18
GIORNATA NAZIONALE DEGLI ALBERI

Premiazione e presentazione del calendario

INGRESSO GRATUITO

Lunedì 14,30-20,00
Martedì-Venerdì 10,00-20,00
Sabato 10,00-19,00
Domenica e Festivi chiuso




lunedì 17 ottobre 2016

NOVANTENNI CHE INVENTANO FAVOLE vs. BAMBINI - la meraviglia del condurre gruppi con creature di ogni età

Le biciclette del gruppo di anziani creatori di favole sfidano le bombe...

Gruppi creativi, gruppi magici. Un insieme di persone che, quando si ritrovano, ricordano ciò che era andato perduto nei meandri di un mondo antico, piccolo e vastissimo, speciale: la meraviglia del condurre gruppi con gli anziani ricoverati in alcune strutture del Piemonte. Un altro insieme sinergico di creature venute al mondo da pochi anni: la ricchezza del condurre laboratori con i bambini.

Quando, più di quindici anni fa, ho deciso di specializzarmi in psicoterapia di gruppo e in psicodramma analitico individuativo (junghiano) sapevo dove sarei andata a parare, ovvero: nella pratica clinica che maggiormente mi si confà. 
Tra un laboratorio di drammatizzazione e un vero e proprio psicodramma terapeutico; tra i laboratori di dramma-terapia e la formazione agli operatori delle strutture; tra i gruppi di supervisione e di narrazione io continuo oggi a navigare. L'utenza è varia ora come allora: ho a che fare con i bambini e con gli anziani. 
Ad esempio SABATO 22 OTTOBRE alle ore 16.00 sarò al Circolo dei Lettori di Torino per inventare storie con una banda di fanciulli dai cinque anni in su. Sul mio blog favolesvelte.wordpress.com potete trovare gli articoli che illustrano le mie attività presenti e future, ma anche i post che raccontano quel che è avvenuto durante le feste di paese e le fiere dedicate ai libri alle quali ho partecipato in veste di cantastorie.
Bambini e novantenni giocano volentieri. 
Sarà scontato dirlo, ma lavorare con gli uni e con gli altri mi offre lo stesso divertimento, mi rende felice perché mi arriva chiaro e forte il senso del mio lavoro, e alla fine ne usciamo tutti più arricchiti.
I ricordi dei "ragazzi" che hanno visto la guerra e che adesso abitano nello spazio del "riposo" sono brecce che illuminano un'infanzia fuoriuscita dal buio. 
Si parte sempre dal suono delle bombe che cadono, perché le memorie della guerra sono dure da cancellare, sono le più forti. Ma il gruppo è vitale anche per chi è lievemente compromesso a livello cognitivo; le energie che si risvegliano valgono per tutti e contagiano ogni anima. 
Oggi, ad esempio, il Signor XY ha disegnato la sua bicicletta. Nelle battaglie della vita, lui ha sempre pedalato. "Vivi? Pedala!" - gli ha risposto la sonnecchiante Signora XX. Tutti pensavano che stesse dormendo, e invece no: ascoltava quel che gli altri andavano narrando. Ed ecco, i partecipanti al laboratorio erano in fibrillazione. Le bombe dimenticate, la bicicletta come protagonista del cercare di cavarsela da soli PROCEDENDO oltre le paure. Detto da donne e uomini nati negli anni '20-'30 del secolo scorso tutto ciò è un concetto placcato in oro, forse platino. 

L'oro emerge in gruppo anche quando i partecipanti sono tutti tesi al futuro perché nati ieri o poco più: bimbi che frequentano la scuola materna, pieni del fuoco della creatività. Indirizzarli a creare una storia non è partire dai ricordi ma dai sogni ad occhi aperti, dal gioco e dalla fantasia. Come quel cinquenne che l'altro giorno mi ha detto: "Lo sai che una volta io ho visto un pesce pagliaccio ma non rideva?" e poi, per far ridere il pesce e per ridere tutti, gli altri bambini han voluto inventare una fiaba marina su misura. O come quella volta in cui il drago è stato salvato perché era buono, e aveva la conoscenza della terra. Detto da creature che sulla terra camminano da poco, tutto questo è oro, anzi no: platino e sorrisi anche per me.

Buona serata a tutti.

sabato 1 ottobre 2016

QUEL SOSTENIBILE E CONCORDE COOPERARE - elementi di psicodinamica dei gruppi e nidi di Cyrtophora

Aracne - Gustav Dorè (1832)

ATTENZIONE!

Se soffrite di aracnofobia evitate di leggere questo articolo:
contiene fotografie inequivocabili di ragni e tele cucite con fili di seta.

PAROLE CHIAVE
individuo
gruppo
sostenibilità
concordare
cooperare
madri
donne
rete
#distintianimali

Ph. Luciano Borgna - #lucianoborgnaph
A proposito di cooperazione, ho letto un articolo sulla differenza tra gli uomini e le donne rispetto all'evitare i conflitti durante le relazioni umane orientate a un obiettivo comune. I risultati delle ricerche sono stati pubblicati sul Journal of Social and Personal Relationships e sostengono che "gli uomini sono più orientati ad evitare i conflitti". Le donne, invece, tenderebbero a fare di se stesse dei “regolatori emotivi”, essendo maggiormente focalizzate sul ricercare la radice di un problema, per sviscerare il problema stesso e per tentare di risolverlo, anziché minimizzarlo.
Che novità.
Sarà proprio così? Accadrà diversamente?
Ammettiamolo: le ricerche in ambito psico-sociale non sono verità assolute ma relative, da cogliere come orientamento per le nostre riflessioni - scientifiche e non.
Esiste, è da dire, una interessante meta-analisi del 2011, risultato di circa cinquant'anni di ricerche attraverso le quali si è scoperto che invece no, che la saggezza popolare è una farloccheria perché gli uomini, i maschi, sono cooperativi tanto quanto le donne, se non di più. Sanno risolvere i problemi e sono capacissimi di fare compromessi con i loro simili XY, mentre invece le donne si fanno lo sgambetto tra di loro con le décolleté tacco 12.
Insomma, io nella mia mediocre coscienza a barlumi dico: dipende.
Dipende dal livello culturale e dalla profondità individuale, maschi o femmine, androgini o androidi che siamo.
Però aggiungo: prenderei esempio da coloro che davvero mostrano al mondo una reale, concreta, feconda capacità di cooperare in modo concorde.
Siete d'accordo? 


Cyrtophora Citricola - #lucianoborgnaph
Nel mio giardino al mare ho potuto osservare una tela di "Cyrtophora Citricola", ragno di notevoli dimensioni (così come è di notevoli dimensioni la sua umile dimora di fili di seta).
Sono rimasta affascinata da questo metro e mezzo di casa su misura per sei, sette, forse otto ragni, ognuno dei quali con la propria sacca di uova (ovisacchi). 
Come mai le mamme-ragno stanno insieme in un'unica tela? Ho cercato notizie e spiegazioni su internet ma non ne ho trovate. Ho domandato allora ad Alice Longoni, biologa che si occupa di biodiversità e lei, tramite l'aracnologo Mauro Paschetta, mi ha fatto sapere che sì, che questo tipo di Aracnidi tende a costruire abitazioni collettive, ovvero delle "tele coloniali" quando ci sono più individui dentro un territorio ristretto. 
Ora.
Il giardino offre alle signore con otto zampe diverse location per tessere un nido, ma evidentemente quella postazione lì, quel metro di vuoto tra due cipressi Leylandii, quello spazio in pieno sole e in piena luna è stato istintivamente giudicato perfetto per costruire il... condominio.
Aggiungo, poiché anche questo dettaglio non è da poco (secondo me): Mauro Paschetta mi ha detto che spesso ci sono ragni di altre specie che si inseriscono nello spazio delle mamme-Cyrtophora. Che bello! Altri ragni si insediano nella tela altrui e sono pure benvenuti. Si sta insieme perché conviene a tutti, perché non ci si fa la guerra ma si collabora.

Ho pensato ad alcuni gruppi di donne che conosco.
Ho pensato alla mia poesia che si intitola Aracne e alla cura del segreto della tessitura, alla dea Atena e alla saggezza.
Ho chiesto a mio marito di fotografare la tela delle tele.


Mani di donna e scritture in gruppo per MEDICAMENTA*


Il mito di Aracne racconta di una fanciulla, figlia di un tintore, abilissima nel tessere. Artista dell'operare con i fili, Aracne apprende da Atena i segreti del creare tessuti. Convinta di saperne da sempre di più della dea sua maestra, Aracne la sfida a duello, ma la sua presunzione fa adirare la divinità della sapienza. La fa arrabbiare così tanto che quest'ultima distrugge il lavoro della prima. La figlia del tintore si impicca, ma poi la dea trasforma la giovane suicida in ragno, un enorme animale costretto a tessere per l'eternità. 
Noi, figlie delle figlie di Aracne, che cosa possiamo fare per restare in armonia con Atena senza dimenticare le nostre possibilità creative e facendole fruttare?
Anche l'essere consapevoli delle nostre abilità mantenendo l'umiltà della concordanza con l'altro, cucendo i fili della cooperazione è, in fondo, arte della tessitura.
#lucianoborgnaph


Il gruppo è come un’unità, una totalità dinamica le cui proprietà strutturali sono diverse dalle proprietà strutturali delle sottoparti. Una totalità dinamica è caratterizzata dalla stretta interdipendenza delle sue parti. Le proprietà strutturali sono caratterizzate da rapporti fra le parti piuttosto che dalle parti o dagli elementi stessi. 
Kurt Lewin, 1943

#lucianoborgnaph
Siamo in tanti e siamo in tante. Siamo otto miliardi di bipedi, armati di fili per connetterci e per legarci, per catturarci o per tessere una tela di relazioni. Viviamo incontri che diventano coppie e gruppi o scontri decisivi che tagliano la rete. 
Ci  articoliamo, l'uno con l'altro, tra donne, tra uomini, tra pari e dispari.
Inventiamo affiliazioni, seguiamo affinità elettive, obiettivi razionali condivisi e ispirazioni da scambiare con aspirazioni comuni o meno.
Siamo preoccupati per il nostro umano futuro, per il destino del pianeta sul quale camminiamo e andiamo ad abitare luoghi incerti. Diveniamo noi stessi con gli altri condividendo spazi collettivi nei quali coabitano similitudini e diversità, in molteplicità. 

Siamo in tanti.
Siamo soli e siamo insieme.
Di certo, siamo complessi.

L'osservazione del nido condominiale delle mamme ragno mi ha regalato stimoli in gran quantità e ispirazioni. Vederle tessere con calma e precisione. Vederle costruire le sacche nella rete di abitazioni. Che meraviglia! Tornata a Torino ho ripreso le mie attività: individuali, di coppia e in gruppi professionali. Mi piace condurre laboratori da sola, ma apprezzo ancora di più co-condurre, e mi piace farlo soprattutto al femminile. Ho quindi incontrato la mia socia di MEDICAMENTA - LINGUA DI DONNA E ALTRE SCRITTURE per riconnettere le nostre idee e per promuovere il nostro progetto. Ho incontrato le donne di Se Non Ora Quando (gruppo di Torino), coordinate da Laura Onofri, per tentare di collaborare con loro portando le mie competenze e imparando da quelle dei membri del gruppo. Ho scoperto, tramite la blogger Daniela Pellegrini che si occupa di comunicazione, il fatto che a Milano, a Torino e dappertutto esistono donne che si mettono in gioco nella Rete al femminile. Interessante! Sono andata a curiosare e approfondirò la faccenda. Mi sono anche confusa e ho esplorato la Rete delle donne: attivissime ed energetiche. Mi sono messa a organizzare le serate di presentazione di un libro tessuto in tre: Silvana Graziella Ceresa, Simonetta Putti ed io. Si tratta di "Utero in anima"

http://www.psychiatryonline.it/node/6427

Insomma: ho ammirato, riconosciuto e trovato concordanza con amiche e conoscenti, colleghe e sconosciute tessitrici. Non vi piacciono i ragni? Ne siete sicuri? Nemmeno come metafora? 

Nostra Signora Cyrtophora <3