LE REGINE INDOMABILI, LE GUERRIERE AMANTI - C'era una volta Eleonora d'Aquitania, che sul trono o all'addiaccio fu femmina e maschiaccio.

Regina - dettaglio da disegno a tempere (Valeria B.M.)
Sfogliando un libro di storia mi sono ricordata di lei.
Eleonora d'Aquitania fu proprietaria terriera di grande potere in un'epoca in cui le donne venivano considerate più che altro appendici del marito, belle statuine, strumento politico. 

Nel Medioevo solo qualche fortunata fanciulla poteva vantare una storia di vita che tenesse conto del suo valore come individuo. Solo alcune sporadiche nobildonne - assurte, grazie ad alterne vicende o sagge manovre, al ruolo di badesse nei prestigiosi conventi medioevali - poteva sperare in un ruolo sociale importante.

E' il 1137: Eleonora ha solo quindici anni ed è figlia unica. Nessun fratello maschio con cui dividere il mondo familiare e la ricchezza di una eventuale eredità. Infatti, di colpo, la giovane si ritrova a capo di un vasto territorio feudale, più grande della somma dei possedimenti del Re di Francia.
La bella fanciulla può spaziare con lo sguardo cercando i confini di quel regno ma può solo immaginare di raggiungerli, dalla Loira ai Pirenei, attraverso i Ducati di Guascogna, Aquitania e la Contea di Poitu. 

La dinastia dei Capeti non permette che una donna stia seduta sul trono, che "balli da sola", che faccia da padrona sulle terre emerse - e così Eleonora viene chiamata alla corte del Re per intraprendere il percorso di trasformazione obbligata in "regina amorevole". Essere sovrana non è  un inganno per lei e nemmeno uno sforzo, poiché grazie al suo carattere le è concesso - a quell'epoca, si sa, ogni più piccolo privilegio era "concessione" e non di certo scontato persino per le donne ricche e nobili - un ruolo non estraneo alla politica e alle decisioni guerresche.

Quando Luigi VII, suo sposo, parte per le Crociate del 1146, Eleonora va con lui.
Per molti anni gli sposi regali affrontano le difficoltà esterne relative alla spedizione e interne - il carattere della guerriera si mostra appunto, piuttosto bellicoso. 

"Voglio questo, farò quello" - non sono espressioni alle quali, se pronunciate da una Regina, si possa rispondere con: "L'erba voglio esiste soltanto nel giardino del Re."

Inoltre, le nobildonne che la scortano, le amiche, le compagne e fanciulle, formano esse stesse un gruppo particolare per le concezioni dell'epoca relative a quel che le donne avrebbero dovuto o non dovuto fare. 


(Eleonora e una compagna d'armi, affresco del XII secolo nella Cappella di Santa Redegonda a Chinon)

I cronisti di sesso maschile non lesinano commenti e critiche, definendo le scappatelle notturne di soldati e ancelle "castra non casta".
Per darsi un tono o forse solo per divertimento, magari anche per superare la paura della guerra, come cavalieri le donne cavalcano "a cavalcioni, portando lance ed armi proprio come gli uomini. Vestite con costumi mascolini, avevano un aspetto del tutto marziale, più virile di quello delle Amazzoni. Una si staccava dalle altre, come una nuova Pentesilea e, per i ricami d'oro che le ornavano gli orli e le frange degli abiti, veniva chiamata Piede d'Oro..." - si trattava di Eleonora (da Nicheta Coniate, in "Donne guerriere").

Eleonora si diverte. Sa che il suo comportamento non è comune. Non è per tutte. Sa di essere una privilegiata. Coinvolge altre donne nel privilegio e, seppur sposa, resta libera - Una In Se Stessa - o almeno, vista l'epoca decisamente oscura, ci prova. Per un po'... 

Non posso, essendo questo un blog di riflessioni psicologiche, evitare la fatidica domanda: "Se l'atteggiamento dominante in Eleonora fu la fierezza indomita, che cosa dunque si celava nell'Ombra?"

Nell'Ombra, inevitabilmente, serpeggia un certo qual atteggiamento che potremmo definire schivo; una timidezza non troppo disposta alla battaglia. In più occasioni Eleonora dimostra di non gradire l'azione in prima linea, dando il via a critiche feroci nei confronti delle donne di quella spedizione. Alla guerra comincia a preferire gli amorazzi, dedicandosi sempre più spesso ai favoriti mentre il re suo consorte prepara strategie. 
Addirittura, in onore di Raimondo, il più aitante tra i cavalieri, è tentata di fermarsi e dirigersi ad Edessa anziché alla meta, Gerusalemme. 
Luigi VII si infuria. 
Come dargli torto?
Cercando di convincerla a seguire lui senza indugi, le ricorda i ruoli: io Tarzan, tu Jane, per dirla in modo moderno. 
Niente da fare, Eleonora scredita il matrimonio di fronte a tutti. Insomma: il limite viene superato, e per il godimento dei critici medioevali - quali, tra gli altri, Guglielmo di Tyre - Eleonora agisce da sciocca, cedendo comunque, alla fine, per seguire il marito a Gerusalemme. 
È un fallimento. 
Un doppio fallimento: in guerra e in amore. 
Per il ritorno ci si organizza su navi separate. Eleonora di qui, Luigi di là, e via verso la Francia, mentre Raimondo muore in battaglia, perdendo la bella testa bionda che vien data poi in dono al Califfo di Bagdad. 
Amen.

A Parigi il tran tran quotidiano della corte ha la meglio sulle velleità guerresche e vagabondesche di Eleonora, la quale rientra negli abiti di lusso e nel ruolo di regina, moglie, madre. La farsa non dura a lungo perché lo spirito libero riprende forza in lei, giorno dopo giorno. Nel 1152 il matrimonio è annullato. Le proprietà terrene ritornano nelle mani di Eleonora ma la pace non dimora nel suo cuore. Il timore la spinge a creare nuove alleanze con uomini potenti, compagni d'armi ed amore.  
Sono tempi duri, ricordiamolo. Siamo nel Medio Evo.
Di certo, se questa storia fosse un racconto di oggi, la donna in questione ci potrebbe apparire come un pochino superficiale, insoddisfatta, egoista, magari insicura...  di certo oscillante tra indipendenza e matrimonio. 

Non possiamo giudicare negativamente il mondo di Eleonora, se pensiamo allo sviluppo della psicologia del femminile, alla lotta per la minima risorsa oltre l'abbraccio della Grande Madre e del Grande Padre. Possiamo invece scorgere in questo esempio di donna la fierezza nascente dello spirito, un Animus cavalleresco in abbozzo, una forza salina e sulfurea appena appena libera di mescolarsi mercurialmente. 

Eleonora a trent'anni sceglie un nuovo marito che ne ha dieci meno di lei. Sono entrambi vitali, belli e fieri, pieni di ricchezza e risorse. Lui si chiama Enrico, il Plantageneto, ed è nientemeno che Conte di Anjou e di Normandia. 
E poi?
Diventerà Re, Enrico II d'Inghilterra, e Lei, Eleonora, Regina due volte. Avranno otto figli, ben cinque maschi e tre femmine, ma lei continuerà a cavalcare, a combattere per sport con le armi più moderne, e sarà signora degli artisti a corte, oltre che donna di stato.  
Il matrimonio pian piano diventerà un sodalizio politico. Enrico amerà altre donne, Eleonora penserà ai figli e al potere, fino a tentare una nuova ribellione, costruita attraverso i figli. Tre di loro, infatti, si spingeranno ad attaccare il padre, fallendo nell'intento. 
Eleonora, travestita da uomo ancora una volta, sarà catturata nella fuga e imprigionata ma non certo per finire i suoi giorni dentro una cella. Alla morte di Enrico, ecco di nuovo Eleonora, ormai anziana, ritornare in politica con ancora più energia, amministratrice del paese.

"A quasi ottant'anni il futuro della corona inglese era ancora nelle sue mani. Fu una regina eccezionale."

Parliamoci chiaro: arrivare a ottanta e più anni con l'energia leonina di una Eleonora di Aquitania è una di quelle faccende per le quali più d'una tra noi metterebbe la firma. 
Dunque concluderei con un... "Lunga vita a tutte le regine!"

Valeria Bianchi Mian
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